
INSEDIAMENTI RURALI
La realtà del territorio Veneto è ricca di architetture storiche di alta qualità e risulta meritevole di nuove attenzioni volte al recupero propriamente culturale oltre che funzionale di questi elementi. Si trovano infatti ville preziose, (Villa Angaran delle Stelle-Cattaneo) a firma di importanti architetti, o semplici edifici di tipo rurale, dotati comunque di qualità costruttiva e finezza compositiva e architettonica.
Ove la mano dell’uomo non sia passata con azioni di demolizione o restauro e ristrutturazione invadenti, si possono ancora ammirare numerose tecniche e criteri di costruzione da cui attingere conoscenze preziose per il futuro.
L’attenzione ai materiali e alle tecniche di un tempo acquistano pertanto grande importanza proprio in quanto facenti parte di un’epoca in cui soluzioni e tecniche costruttive dovevano essere ideate e pensate sui cardini di saperi e materiali locali, nonché sul fondamentale componente del “riciclo”.
Certamente gli edifici erano molto meno numerosi e in gran parte più semplici di quelli odierni, privi di impianti di riscaldamento, ma non per questo meno rispondenti alle richieste funzionali dei loro abitanti. Certamente erano molto meno energivori, per di più di produzione locale e per nulla produttivi. Troviamo così nel Veneto rurale della prima metà del Novecento, pur nella loro semplicità, edifici ben progettati, con attenzioni particolari verso la corretta esposizione al sole nonché all’uso di materiali locali, di origine del tutto naturale.
Ciò emerge in particolare negli edifici rurali, nei casoni e nei casolari, ove proprio la povertà dei mezzi a disposizione portava la gente ad adoperarsi al meglio nella progettazione e nelle tecniche di costruzione. Ad esempio, l’orientamento dell’asse principale era incardinato sull’asse Est-Ovest, onde consentire il massimo affaccio al sole sul lato sud. La distribuzione interna con servizi e corridoi era posta sul lato nord, con piccoli fori per le finestre. Fori più ampi erano presenti invece sul lato sud, con ampio uso del portico, sia in corrispondenza del fienile (di solito a fianco della residenza) sia al piano terra della residenza stessa.
Il portico consentiva e consente un’interpretazione bioclimatica del rapporto con il moto del sole, nel corso delle stagioni, interamente ripreso nelle pianificazioni più attente della moderna progettazione sostenibile. Esso protegge infatti dal sole alto estivo nelle ore del mezzogiorno, costituendo un ambiente d’ombra utilizzabile nell’arco di tutta la giornata e, nella fredda, permette di poter godere per alcune ore, dei raggi del sole invernale basso che, essendo poco inclinati, riescono ad oltrepassarlo e a entrare nella sala principale e in cucina.
Altrettanto importante, proprio in relazione alle sempre più emergenti necessità di una progettazione sostenibile, è l’attenzione all’uso di certi materiali in tali costruzioni: materiali poco energivori, non inquinanti, in gran parte riciclabili o tutt’al più degradabili nell’ambiente in tempi brevi.
In edifici e casolari antichi di un certo pregio, a seconda della preziosità dell’immobile, troviamo infatti le murature portanti in mattoni a due o più teste, costruiti cioè con mattoni di argilla cotti in fornace in formato pieno e allettati con malta di sabbia e calce: entrambi i materiali provengono sempre da piccole fornaci artigianali del luogo. Ogni paese, pur di piccole dimensioni aveva immancabilmente una fornace per la calce e talvolta, in misura più dispersa, anche una fornace per la cottura dei mattoni.
Gli edifici a carattere rurale erano invece costruiti molto spesso con materiali più poveri, come il sasso di fiume, che si recuperava nelle campagne circostanti e nel letto dei fiumi alluvionali: questo veniva impastato con malta di calce e sabbia e, talvolta, anche di sola calce e argilla.
I solai e le coperture venivano costruiti in legno, con legname proveniente dalle vicine Alpi, nei casi di edifici più pregiati con larici e abeti, talvolta castagno o rovere, oppure, nei casi di costruzioni rurali per ceti meno abbienti, con legname della pianura (soprattutto pioppo e acacia o altri legnami di minor pregio).
Tutti questi materiali, oltre ai vantaggi già citati, hanno quello fondamentale di essere completamente riciclabili e dunque, se ben conservati nel tempo, di poter essere riutilizzati in interventi di recupero e restauro, anche in considerazione di un aspetto anticato interessante dal punto di vista estetico.
Altrettanto importante è l’uso della paglia nella copertura dello stesso edificio, oltre che nelle pareti perimetrali. La costruzione di edifici con struttura in legno e tamponamenti in balle di paglia, così ampiamente presenti nei nostri campi in estate, sta da qualche tempo interessando un numero crescente di costruzioni.
Terra cruda e paglia, unitamente al legno, al mattone cotto di argilla e all’uso delle calci costituiscono un patrimonio prezioso non solo di testimonianza e valore storico, ma di grande attualità e potenzialità operativa nel mondo del costruire moderno, all’inizio del terzo millennio, all’interno di uno sviluppo che per poter essere tale deve inevitabilmente fare riferimento ai valori e ai criteri della sostenibilità.
Si tratta di materiali molto semplici, presenti e disponibili ovunque nei territori oggetto del presente studio ma di cui sono certe le caratteristiche e le potenzialità, proprio perché conosciuti da sempre.
CASCINA VENETA (ex Palazzo Angaran)
Questo casolare rurale fu costruito a partire da fine Ottocento (si presume edificato su una parte già esistente di epoca precedente 1500).
Trattasi di fabbricato adibito un tempo sia ad uso abitativo che a uso rurale, avente muri in sasso e caratteristiche costruttive tipiche degli ambienti poveri del Veneto. La parte più antica, dedicata alla residenza che si presente in buono stato conservativo, porta i segni chiari di una costruzione realizzata a stadi. Infatti la presenza di piccole bucature rettangolari sopra le finestre del primo piano, tipiche del sottotetto e il muro di diverso spessore, fa capire che si è elevato in fasi temporali diverse.
La parte del fabbricato adibita a ricovero degli animali e attrezzi al piano terra e il fienile, al primo piano, sono stati edificati negli anni trenta circa del secolo scorso.
L’edificio sorge oggi vicino a delle fabbriche e sul davanti è circondato dalla campagna coltivata a vite. A poca distanza si scorgono altri edifici rurali risalenti alla stessa epoca, originariamente tutti degli stessi proprietari terrieri, “Gli Angaran”, Angaran dati in uso ai mezzadri che ne lavoravano le terre e che hanno potuto riscattarne la proprietà in epoca più recente. Si sono susseguite famiglie di mezzadri al suo interno per circa un centinaio d’anni.
Negli anni settanta con il nuovo proprietario Cattaneo Albino, sono stati fatti lavori di restauro, la manutenzione del tetto e la costruzione di un bagno interno ha permesso di preservarne la struttura. La conduzione del Fondo e l’abitazione del casolare è rimasto attivo e abitato fino ai primi anni 90.
Oggi è invece utilizzato solo per i lavori di campagna e non più a uso abitativo.
SOLERA’ E CUPA’
Piccola e semplice casa di braccianti solerà e cupà (a due piani con interposto solaio e coperta di coppi), con il tipico camino sporgente sin da terra, tetto a due falde, cornicione appena percettibile e scuri “alla veneta”.
All’interno il casolare è rimasto come al tempo in cui era abitato: con i muri irregolari al piano terra, intonacati con calce, e i bassi soffitti, realizzati con grossi travi di legno massiccio del solaio (ancor oggi completamente anneriti dal fumo del focolare). Nella parte retrostante della zona cucina si trova un grande focolare quadrato (pur ridotto nel tempo: sul pavimento si scorge un segno più ampio) detto “larìn”, realizzato in mattoni refrattari con un grosso bordo di pietra. È scomparsa purtroppo la panca in legno che originariamente lo circondava. Ai piani superiori si trovano le stanze da letto cui si accede con una scala in legno ricavata dopo aver murato un barco per la costruzione dell’abitazione per l’allevatore (il boaro). Si può osservare come il piano superiore sia stato eretto in tempi seguenti dalla dimensione del muro di diversa larghezza.Dalle travi in legno pendevano le pannocchie di mais, che si conservano così in maniera tradizionale.(L’immobile necessita di un grande lavoro di restauro e adeguamento per mantenere tutti gli elementi originali così).
Questo edificio rurale e’ caratterizzato da più corpi di fabbrica, ossia quell’insieme di grandi e piccoli volumi aventi svariate destinazioni e pure un certo grado di precarietà. Si pensi ai Barchi, alla stala del ma-scio, ai ponari e anche ai cessi, tutte modeste costruzioni a volte decisamente precarie anche per il tipo di materiali impiegati, quali il legno, la canna palustre o gli stocchi di mais. Tuttavia questo complesso di edifici apparentemente caotico, trovava un certo equilibrio e armonia.Soprattutto si mimetizzava in qualche modo con l‘intorno attraverso forme in tono con le tradizioni costruttive e l’uso di materiali e colori autoctoni.
TIPI DI INSEDIAMENTI NEL TEMPO
Nella nostra regione l’architettura rurale ovviamente risente dell’influsso culturale Veneziano. A questo proposito si possono citare almeno 3 esempi: il portico, i comignoli e i materiali. Il portico, quasi sempre presente nelle case rurali venete, discende dal fondaco lagunare, una sorta di vano passante che da una parte di affaccia sullo specchio acqueo per accogliere il traffico mercantile e dall’altra alla còrte interna.
Il comignolo “alla Veneziana”, munito di contro comignolo che nasconde e protegge i fori d’uscita del fumo, era a difesa dei forti venti e dall’alto rischio di incendio. Le porte e le finestre presentavano tutte intorno un bordo tinteggiato di bianco, a imitazione della pietra d’Istria con la quale a Venezia si usava contornare le aperture verso l’esterno.
Ovviamente ciò che qualifica in primo luogo gli edifici rurali sono gli annessi che rappresentano quella parte di fabbricati dell’azienda agricola destinata direttamente alla produzione.
Man mano che l’agricoltura intraprese le strade delle colture specializzate, la varietà degli annessi si restrinse sempre di più a seconda dell’indirizzo produttivo, che a sua volta, deriva in buona parte dalle caratteristiche ambientali, come la disponibilità o meno di acqua irrigua, le caratteristiche pedologiche (cos’è?), le vie di comunicazione e così via.
Sino a quando nelle nostre campagne era prevalente la coltura promiscua, tipica della piantata, nei fondi rustici esisteva una vasta gamma di annessi, dall’importantissima stalla, lo “scrigno” del contadino, al fienile e pollaio, dalla cantina e tinaia alla porcilaia, per citare i più noti. In molti casi il granaro , ricavato nel sottotetto e adibito ad accogliere i cereali e altre granaglie, faceva parte dei fabbricati destinati ad abitazione. Accadeva sovente che sotto lo stesso tetto fossero sistemati più annessi. Questo era il caso della porcilaia con sopra il pollaio oppure della stalla con sovrastante il fienile dal quale veniva gettato giù il fieno attraverso un’apposita botola (fenàra) chiusa con una rebalsa, specie di anta. Sovente sotto questa apertura nel solaio di legno era ricavato un piccolo stanzino, attiuguo alla stalla, dove veniva ammassata la scorta della razione giornaliera di foraggio e di lettiera per le bestie.
La realizzazione degli annessi era, come adesso, improntata sulla massima semplicità, economicità e praticità. Soltanto nei cospicui insediamenti, realizzati da facoltosi proprietari, ci si poteva concedere il lusso di adottare impreziosimenti estetici che davano l’idea del potere economico del committente.
METTERE FOTO TIPOLOGIA INSEDIAMENTI A B C D E F G H I
CASON DI CAMPAGNA E CESURA , EMBLEMI DI POVERTA’
Il Cason di Campagna era comunissimo nelle campagne venete. La squallida povertà di questi manufatti, legati a persone appartenenti al più basso gradino della scala sociale, strideva con il lusso ostentato dalle sontuose “villeggiature” di ricche familie nobiliari. L’Ottocento segna una svolta importante nella lunghissima storia dei casolari di canna e paglia, e da questo momento si può dire che cominci la loro fine.
A volte il proprietario terriero, cui necessitava manodpera al fine di coltivare le sue terre, concedeva al lavoratore la possibilità di costruire un casolare su una propria area riconoscendogli una specie di diritto di superficie, vale a dire la proprietà del solo manufatto fuori terra. In questa maniera si teneva vincolato il bracciante alla sua impresa.
Nel corso del tempo l’evoluzione permise di sostituire le pareti a intelaiatura lignea con muri dapprima con mattoni crudi e poi con quelli cotti in fornace.Tuttavia la costruzione rimaneva priva quasi del tutto di fondamenta ed era forata da piccole finestre. La caratteristica che più di ogni altra contraddistingue il caSòn era rappresentata dal tetto a cuspide molto spiovente.
Il focolare, spesso l’unica parte della casa a essere interamente in cotto, sporgeva all’esterno della facciata principale e doveva essere disposto sottovento per minimizzare il rischio di incendio del tetto provocato da faville incandescenti. La sporgenza a volte era talmente pronunciata da formare una sorta di abside, chiamata cavarzeràna, di solito munita di due finestrelle laterali che davano all’esterno.
L’interno risultava tenebroso e tutto affumicato come se ci fosse distesa una mano di catrame. Tuttavia il fenomeno del fumo che affumicava le travi e le canne, mentre tornava scomodo ai caSonànti, giovava alla conservazione del legname e all’impermeabilizzazione del tetto. Il fumo, appunto, formando sul legno quasi una vernice, contribuiva a preservarlo dalle influenze atmosferiche, e quindi a prolungarne la durata.
Lo spostamento del camino in parete determinò una larga diffusione del camino anche nelle povere case.
In generale i casolari erano costruiti dagli stessi braccianti, usufruendo il più possibile di materiali facilmente reperibili in loco e offerti dalla natjura: canne palustri, paglia di segale o di frumento, pali di robinia, stròpe di salice, terra argillosa, sabbia di campo, travi e tavole di olmo, salice pioppo o castagno. Il costo maggiore consisteva nell’aiuto del caSonière per la posa del manto di erbe palustri sul tetto e nell’eventuale acquisto dei mattoni e dei coppi cotti in fornace. Se escludiamo il ricorso al fabbro ferraio, per la fornitura della ferramenta di chiusura delle porte e finestre, e al vetraio per quella del vetro,. Quando le finestre non erano tappate da tela o carta oleata (impannata, spiera), per il resto si trattava di autocostruzione.
Queste arcaiche costruzioni non avevano inerzia termica per cui si riscaldavano e si raffreddavano rapidamente, inoltre erano molto infiammabili e soggette a gravi danni in caso di vento forte perciò rimanevano l’icona della precarietà e del degrado economico e sociale.
Al tramonto dell’Ottocento l’avversione verso i caSòni diventò inconfutabile e definitiva, giacchè oltretutto essi erano ritenuti la causa della proliferazione delle malattie. Nelle aree, dove erano presenti moltissimi casolari, la pellagra e la malaria erano diffusissime. Tanto per avere un’idea precisa, agli inizi del secolo scorso questi tuguri rappresentavano ancora 2/3 delle dimore dell’est del fiume Piave.
Il primo ente pubblico a dichiarare guerra alle misere case, risultò il Comune di Venezia nel 1930, lotta recepita poco dopo anche dal regime fascista. Dopo il secondo conflitto mondiale, che aveva ulteriormente aggravato le condizioni di povertà della popolazione agricola, un’indagine conoscitiva approfondita costituì la base per l’ultima e risolutiva battaglia intrapresa contro i tuguri coperti di strame, che in verità favorivano, più che le malattie, il disagio sociale. Pertanto nel 1950 il Governo concesse contributi speciali per la costruzione di nuove case popolari. Tuttavia cinque anni dopo l’offerta di questi incentivi, erano ancora presenti nel Padovano 268 caSòni che subirono quasi tutti l’abbattimento in pieno “boom” economico degli anni Sessanta.
Il CaSòne oggi rappresenta una sorta di “fossile vivente” nel campo dell’architettura rustica. Si tratta di una tipologia edilizia che a parte qualche marginale modifica e aggiornamento, ha risentito poco dell’evoluzione della scienza e della tecnologia delle costruzioni e che, proprio per questo, ora suscita molto interesse, anche se, purtroppo, di esemplari ne rimangono ben pochi: due nel Comune di Piove di Sacco, in località Corte, più o meno rimaneggiati o ricostruiti, uno a Piavon di Oderzo (Tv), un altro a Vallonga stabilmente abitato sino a pochi anni fa e ora di proprietà de Comune di Arzergrande che ha provveduto al suo recente recupero. A questi si aggiungono i CaSoni replicati in maniera filologicamente più o meno puntuale, come a Bosco di Rubano (Pd) e soprattutto a Cessalto (Tv).
Vedi Foto:
Casone di Valle nei pressi di Caorle con il tetto che arriva quasi a terra
Casone già esistente (interno ed esterno) e ricostruito recentemente presso una nota azienda vitivinicola di Cessalto. La stessa azienda ha provveduto a realizzare anche una costruzione in chiave moderna, destinata a show room (sala mostra dei propri prodotti), che riprende alcuni motivi architettonici dei CaSòni.
MODERNE CASE DEI BRACCIANTI
Il bracciante, proprio perché lavoratore per conto altrui, dipendente si direbbe oggi, non era imprenditore e perciò non necessitava di avere capitali per gestire l’azienda, viveva soltanto di lavoro, magari integrava il suo modesto salario dedicandosi alla coltivazione di pochi campi della sua ceSùra o di altri terreni avuti in terzeria, ottenendo soprattutto dei prodotti destinati all’autoconsumo. Quindi non aveva proprio bisogno di veri e propri annessi rustici, ma soltanto dell’abitazione per la sua famiglia. Secondo l’effettivo lavoro manuale svolto e secondo il tipo di contratto più o meno precario poteva risiedere nell’alloggio messo a disposizione del padrone all’interno del fondo in cui lavorava, come nel caso del boàro che spesso dormiva in una stanza attigua alla stalla per tenerla costantemente sotto controllo. Trovava altrimenti sistemazione in abitazione esterna, di solito non molto lontana dal luogo di lavoro. In ogni caso si trattava di abituri perlopiù privi di adiacenze e di tipo accorpato in grado di ospitare una o più famiglie. Poteva trattarsi di una casupola pagliaresca (caSòn), oppure di una casa cupà, coperta di coppi.
Le dimore per braccianti si espansero soprattutto a seguito del passaggio dalla grande proprietà nobiliare ed ecclesiastica ai nuovi ricchi ebrei e borghesi, trasferimento iniziato alla fine del Settecento soprattutto grazie alle sopressioni di enti religiosi e alle conseguenti aste dei loro beni. La confisca e la successiva vendita all’incanto del cospicuo patrimonio immobiliare ecclesiastico (manomorta) furono attuate dapprima dalla morente Repubblica Veneta e poi da Napoleone e dal neonato Regno d’Italia. Nella successiva riorganizzazione della gestione fondiaria dei loro grandi possedimenti, in molteplici casi i nuovi padroni tramutarono i contratti di affitto in conduzione diretta con salariati o in affitto a conduttore, che pure ricorreva all’aiuto di mano d’opera eserna all’azienda, come i salariati.
Dall’alba dell’Ottocento, e più intensamente nel secolo successivo, per i braccianti e in genere per i pitòchi, ossia i lavoratori di umili origini, si cominciarono a costruire dei tipi alternativi al casolare pagliaresco, in aree situate nei pressi dei centri abitati, lungo le strade, nelle proprietà demaniali e soprattutto ai margini dei grandi possedimenti nobiliari, ecclesiastici o borghesi condotti in economia diretta o in affitto, in sui si avvaleva di manodoperqa esterna. Queste case svolgevano le stesse funzioni dei caSòni, sennonchè erano erette in forma assai diversa e, se così si può dire, piu’ confortevole. Anch’esse erano delle semplici abitazioni prive di annessi rustici veri e propri, non essendo dotate di un’estesa superficie da coltivare. Alcuni di questi insediamenti bracciantili, nondimeno, si rivelavano dotati di una ceSùra, piccolo terreno coltivato a cereali, a orto o a vigneto per l’autoconsumo, soprattutto granoturco che il padrone concedeva alla parte.
Il bracciante non possedendo quasi mai animali di grossa taglia da allevare non abbisognava di una vera e propria stalla né quindi di far scorta di foraggi nella tèSa (fienile) e pajàro (pagliaio). Se aveva piccole pertinenze addossate all’alloggio o più spesso isolate, esse apparivano di tipo precario, realizzate in legno, canne e stròpe, usate come pollaio, conigliera e legnaia.
Le case bracciantili erano abitazioni assai contenute nelle dimensioni, sovente a un solo piano, basse, con la copertura a due acque, eppure avevano i muri di mattoni, anche se a volte crudi e di spessore di mèSa pièra (una testa di mattone). Il manto di copertura formato di coppi costituiva una sorta di privilegio rispetto ai caSonànti che occupavano abituri in canna palustre, non solo perché assicurava maggiore impermeabilità all’acqua piovana e imponeva minori interventi manutentori, bensì perché comportava meno rischi d’incendio, la vera ossessione degli abitanti dei casolari pagliareschi.. Inoltre non era nemmeno necessario il muro tagliafuoco, peraltro molto diffuso nei rustici emiliani e lombardi, in quanto non vi erano gli annessi facilmente infiammabili con all’interno paglia e fieno.
Tuttavia agli effetti igienici, queste costruzioni non si mostravano molto diverse dai casolari pagliareschi, a causa della saliente umidità dei muri. Tant’è vero che si arrivò a dichiarare preferibili i caSòni di canne aperti a tutte le intemperie, ove l’aria sorte senza incontrare notevoli difficoltà, rispetto alle umide e basse casupole costruite in mattoni.
Quando queste “moderne” case bracciantili si articolavano in due piani, la scala si componeva di due rampe con un pàto di mezzo, alla maniera delle residenze padronalin e urbane, ancorchè di legno e dozzinali.
La casa cupà e solerà costituiva un altro privilegio per chi la abitava. Le stanze da letto di norma erano allogate al piano superiore sfuggendo alla morsa dell’umidità che trasudava dai muri e dal pavimento del piano terreno. Inoltre, in caso di alluvione, gli abitanti potevano rifugiarsi non già sui tetti ma proprio al piano superiore. A volte questi edifici plurifamiliari si sviluppavano orizzontalmente in maniera seriale, alla stessa tregua delle attuali case a schiera. Sulla facciata principale, allungata e rivolta sempre a mezzogiorno, come in tutti gli altri edifici abitativi, oltre a una serie di finestre, si aprivano tante porte e spuntavano tanti camini quante le famiglie, i foghi di antica memoria.
Boarie, POSSESSIONI E MASSERIE TRA I COLTIVATORI BENESTANTI
Le boarìe e le massarìe, in analogia con le còrti nel Ferrarese e ai loghìni nel Mantovano, identificavano unità produttive agricole di discrete dimensioni, essenzialmente capitalistiche e utilizzatrici di un’alta percentuale di mano d’opera salariata, quindi esterna. I fabbricati potevano rientrare nei due sottotipi, uno con il rustico contiguo all’abitazione oppure quello con gli annessi separati, a seconda dell’ampiezza. Architettonicamente non raffiguravano quindi dei tipi formali a sé stanti, ma piuttosto si caratterizzavano per le rilevanti dimensioni dell’edificio rustico, conseguenza dell’indirizzo produttivo e delle modeste o cospicue dimensioni del fondo.
L’ampiezza di questi si commisurava originariamente alla quantità di lavoro annuale del bestiame e in particolare alla capacità di traino di un tiro , chiamato anch’essa boarìa, al fine di procedere all’aratura della superficie coltivabile. Nel Padovano, il terreno di questi insediamenti si estendeva per almeno 30-40 campi, equivalenti a 12-16 ettari; nel Ferrarese, invece, la superficie minima chiamata versùro , raggiungeva circa il doppio di quella veneta, essendo arata da un treno composto di 8-12 bovini aggiogati a coppia all’aratro.
Nella boarìa l’allevamento del bestiame bovino acquisiva un’importanza preponderante rispetto ai prodotti vegetali. In conseguenza di questo, alcuni dei corpi di fabbricato assumevano proporzioni maggiori in relazione alla specializzazione economica dell’allevamento zootecnico. La boarìa, che nell’alta pianura si poteva denominare vaccheria quando venivano trasformati i prodotti lattiero-caseari, si diffuse tra l’Ottocento e il Novecento soprattutto nelle aree di relativa recente bonifica. Normalmente, la conduzione si configurava diretta o raramente in affitto a conduttore con, in ogni caso, il massiccio impiego di lavoratori esterni: boàri, obbligati, opere, ecc., date le rilevanti dimensioni fondiarie.
In sostanza erano aziende capitalistiche, come si direbbe oggi, a conduzione diretta tramite salariati, con tutti i problemi che il lavoro dipendente rispetto a quello autonomo comporta, come la minore produttività.
La boarìa nel suo insieme si avvicinava al tipo edilizio d’insediamento a còrte ed era intesa come tipologia complessa formata da più corpi di stabile, che peraltro poteva ospitare non solo chi lavorava i campi ma anche chi dirigeva e gestiva (v. Còrti, cospicui insediamenti rurali). In ogni caso la tipologia della boarìa, anche quella più rilevante dotata di una serie di edifici disposti a scacchiera, non va confusa con la vera corte, come la cascina lombardo-piemontese. Quest’ultima era di tipo chiuso, poiché diretta discendenza della curtìs altomedievale, cioè un piccolo agglomerato abitato, i cui componenti erano addetti alla coltivazione di vastissimi fondi e contemporaneamente dovevano provvedere alla propria difesa, rappresentati e tutelati da un organo centrale (feudatario o abate) investito di poteri amministrativi e giurisdizionali.
Le nostrane boarìe al più presentavano la disposizione dei volumi edilizi su tre lati che racchiudevano uno spazio quadrangolare, al centro del quale figurava il sèleSe, la grande aia, mai chiusa su tutti e quattro i lati. Le vie d’accesso risultavano di solito due: una dalla strada pubblica, contrassegnata da due massicci cormèi o cormedòni, pilastroni di muratura più o meno modanati, che in qualche caso reggevano una breve tettoia; l’altra, più semplice verso la campagna. Negli esempi più ragguardevoli i corpi di fabbricato principali comprendevano l’abitazione del conduttore, la dimora del boàro, le dipendenze rustiche e talvolta anche gli alloggi destinati ai salariati; oltre a ciò una costruzione più piccola a due piani, di cui il piano terra, in parte aperto con due o più archi, serviva da rimessa attrezzi e il piano superiore da magazzino, cui si accedeva mediante una scaletta esterna coperta. La residenza del conduttore (proprietario o affittuario) stava spesso separata da quella del boàro e il rustico era anch’esso a sè stante; in altre circostanze i due alloggi consistevano in un unico volume edilizio e le dipendenze rustiche apparivano separate; infine una terza variante prevedeva che le due abitazioni e i rustici costituissero un unico corpo di fabbricato.
Tutte e tre queste fattispecie avevano delle caratteristiche comuni; la casa del conduttore e quella del boàro erano generalmente distinguibili all’esterno; il tetto a due pendenze quasi sempre si innalzava di più e sovente quello del conduttore possedeva quattro spioventi. A differenza delle cascine lombarde o piemontesi, che erano chiuse su tutti i quattro lati da fabbricati con al centro l’aia e che ospitavano oltre a famiglie contadine anche artigiani e altre famiglie extra agricole, le grandi boarìe presentavano caratteri in qualche modo somiglianti ai complessi delle VILLE VENETE. Queste ultime tuttavia, in luogo dell’abitazione del conduttore, comprendevano quella del gastaldo e inoltre quella padronale di notevole pregio e dall’aspetto estraneo alla tradizione rurale povera.
In ogni caso la boarìa era considerata dal punto di vista socio-economico, pur con tutti i suoi difetti, come un exemplum di efficienza e di ordine rispetto ai più piccoli e poveri fondi, tant’è che un vecchio detto recitava: vustu saver chi ga bona boarìa? Varda el fenil e po va via.
La masserìa era un’azienda di medie dimensioni, però, a differenza della boarìa, era condotta in affitto dal massàro o alla parte (mezzadria) dal massarìoto . Specialmente se si trattava di fondo dato in affitto, il conduttore, spesso un contadino relativamente agiato a capo di una famiglia patriarcale, possedeva almeno una parte del capitale agrario, bestiame, attrezzi, paglia e altre scorte, e collaborava nei lavori dei campi; tuttavia la mano d’opera in questo modo disponibile, non bastava alle esigenze del fondo stesso, perciò doveva essere integrata con lavoro dipendente. Un’altra peculiarità consisteva nel fatto che tra i fabbricati il padrone non trovava un alloggio sia pure temporaneo. La masserìa, quindi, era abitata esclusivamente dalla famiglia del fittavolo o del colono in caso di colonìa parziaria.
Quando l’estensione del fondo si collocava tra la possessione e la chiusura, ossia era di 15-30 campi, l’insediamento rurale veniva chiamato masseriòla o terrencello, secondo la testimonianza dell’agronomo Agostino Fapanno di Martellago.
CòRTI, COSPICUI INSEDIAMENTI RURALI
Ancor più di boarìa, l’espressione “corte” è definita dai linguisti un termine polisemico perché assume diversi significati a seconda delle circostanze. Può riferirsi al complesso di personaggi al seguito dei sovrani (corte reale), a un organo giudiziario (corte d’appello, di cassazione) o reggia, a un’area comune a più edifici urbani e rurali di diversa proprietà; è usato in frasi ideomatiche come “fare la corte a una ragazza”, o per indicare una speciale organizzazione amministrativa e così via.
Nella voce dialettale venet può alludere al cortile, cortivo, area scoperta attrezzata o non, attigua al o ai fabbricati per dare accesso agli stessi e svolgere varie attività domestiche, o ancora a un tipo di particolare d’insediamento rurale complesso cui si vuol fare riferimento in questa sede.
In quest’ottica per còrte si intende l’intera struttura rurale ambivalente, abitativa e produttiva al tempo stesso, con il cortile tendenzialmente, ma non completamente, chiuso da fabbricati oppure circoscritto da muri o anche da fossati, come nel caso della corte Bragadin di San Pietro di Legnago, quindi alla corte rurale o dominicale quando vi abitava il padrone.
Tale struttura era di solito dotata di rilevanti edifici a volumi separati o giustapposti, sede di una vasta azienda normalmente condotta in economia diretta con salariati o anche in affitto, quindi simile alla boaria, oppure a mezzadria, come nel caso della laorenzìa della media e bassa veronese. Tuttavia la còrte era diversa in forza di una più ampia estensione di terreno e di una particolare gestione amministrativa che poteva coinvolgere anche altre strutture decentrate, assicurando oltretutto una certa indipendenza e autosufficienza economica.
L’aggregazione complessa di fabbricati si distingueva in corte chiusa, la più antica, e corte aperta, cosiderata una evoluzione della prima.
La tesi sull’origine del tipo a corte chiusa sono fondamentalmente due: una al fa derivare dai complessi dei monaci cistercensi e l’altra dal rapporto di dipendenza dalla corte della villa rustica romana.
Senza voler entrare nel merito di tali questioni, è riscontrato che nel medioevo i centri rurali raggiunsero notevole importanza. Stavano a identificare il sito dal quale dipendevano i possedimenti che il signore del luogo aveva nei dintorni. La còrte rappresentava quindi il centro principale di produzione agricola, una sorta di villaggio non fortificato. Questo tipo di azienda, tipica dei territori soggetti al dominio dei Franchi e da costoro esportata in Italia, prevedeva al suo interno la divisione in due parti: la pars dominica, di pertinenza del padrone o signore, e la pars massaricia , gestita in modo indiretto dal proprietario e affidata al lavoro dei contadini. A sua volta la pars massaricia era divisa in aziende minori dette mansi (poderi). La grande battaglia per la conquista dei suoli da destinare all’agricoltura, la cosidetta “rinascita del Mille”, una vera e propria epopea che vide nei secoli XII XIII il momento culminante, segnò il passaggio da curtis a còrte. Il sistema curtense si basava sulla stretta unità delle parti dominica e massaricia, impermiata sulla corresponsione delle prestazioni di lavoro a favore della prima da parte dei coloni affittuari (corvèes), mentre la corte del basso medioevo si svincolava da questo retaggio e si riorganizzava basandosi su contratti di affitto, di colonia o di livello, sorta di enfiteusi, assegnando alle singole unità produttive completa indipendenza e autonomia gestionale.
Vi erano corti di diritto regio e corti ecclesiastiche, al pari delle gastaldie benedettine con a capo un amministratore detto gastaldo. In ogni caso le corti costituivano un insieme di beni, non necessariamente omogenei con propria organizzazione amministrativa, facenti capo a edifici che dal punto di vista architettonico si richiamavano alle ville rustiche romane.
Ovviamente, si diffusero nelle estese plaghe da migliorare o bonificare, alla stessa maniera del polesine del basso vicentino, padovano, veronese e veneziano, dove regnavano le foreste, le vali e le paludi.
Nel secolo XIII comparve anche in terra veneta l’organizzazione agraria messa a punto dei monaci cistercensi e molto diffusa in ambito lombardo. Si trattava della granSa, unità aziendale affidata a un gruppo di fratelli, non necessariamente monaci, dove si praticava un’agricoltura avanzata per specializzazioni di colture e metodi di coltivazioni. Le granSe o grangie, non meno delle corti altomedievali, svilupparono programmi di riordino fondiario dando vita a complessi articolati provvisti sotto il profilo edilizio, di abitazioni, stalle, granai, forni, ricoveri per attrezzi. In seguito queste organizzazioni, che si estesero anche a enti non cistercensi trovando sede in territori più frazionati rispetto alle corti, si evolsero in vere e proprie officine rurali, preposte al governo di una possessione did qualche peso e in punti di raccolta dei prodotti dotati di ampi granai e di locali in genere, per lo stoccaggio delle scorte e funzionali al ricovero degli attrezzi e dei mezzi utilizzati in una determinata area.
Nel 4/500 sia le granSe che le còrti subirono delle trasformazioni nell’ambito del fenomeno più generale denominato “rinascimento agrario” che segnò un passo decisivo verso la privatizzazione delle terre e verso le autonomnie locali favorendo la nascito e lo sviuppo dell’azienda agricola moderna. Da allora si andarono consolidando i fondi agricoli accorpati, gestiti in economia o a laorenzia dai nuovi proprietari, mentre decadde progressivamente la gestione fondata sulla raccolta di censi feudali. In Veneto, tuttavia, le còrti non hanno quasi mai assunto le sembianze di quelle chiuse da una serie continua di fabbricati tutt’intorno, tipiche delle Cassine (cascine) lombarde e piemontesi nelle quali lavoravno ed abitavano famiglie extra agricole (artigiani come lavoratori autonomi)
L’origine della configurazione chiusa delle cascine è spesso difensiva, non rurale, come nei medievali ricetti, raggruppamenti di edifici circondati da mura in cui gli abitanti delle zone rurali si rifugiavano in caso di pericolo. Gli esempi di corte nostrane si limitano a dei complessi di corpi di fabbrica attorno all’aia aperta o al massimo conclusa con muri di recinzione, al cui interno l’attività svolta era unicamente agricola, anche in origine. Nel Veneto il passaggio di un’economia ancora feudale a una che invece è espressione del capitalismo agrario, ha lasciato importanti tracce, anche se non nella misura riscontrata nella pianura padana occidentale, soprattutto nelle aree estreme a occidente e a oriente che risentirono dell’influsso culturale da una parte lombardo e dall’altra friulano. La còrte friulana ad esempio, non disponeva di una vera e propria aia o meglio la funzione di questa veniva esercitata da un apposito locale coperto, come la dilla Altoatesina, in dipendenza delle condizioni di maggiore piovosità della zona . Riguardava una corte più primitiva, non isolata, spesso inserita in un agglomerato e non era il frutto dell’industrializzazione agricola, come in Lombardia e Piemonte.
Le corti del basso Polesine, erano invece legate alla bonifica di vastissime valli e paludi, come Ca’ Borini, Cappello, Venier e Vendramin, diventate nel tempo dei piccoli centri abitati. Questi complessi, che originariamente si trovavano al centro di grandi risaie, poi convertite alla coltura della barbabietola, sorsero a seguito della suddivisione in quartieri, delle tenute latifondiste. A ogni quartiere era preposto un fattore che, con il personale, abitava in un nucleo di fabbricati, cui veniva dato comunemente il nome di còrte. Queste per certi versi assomigliavano più di qualsiasi altra corte veneta alle cascine lombarde per quanto attiene al tipo di conduzione e all’indirizzo produttivo. Non altrettanto però si può dire in ordine alla tipologia edilizia. A differenza delle cascine che comprendevano fabbricati chiusi ad anello, le corti di bonifica presentavano corpi di fabbricato staccati e disposti a scacchiera. Fra tutti spiccava il palàsso, quale abitazione del padrone o del fattore, messo in posizione centrale e sovente ingentilito da armoniose linee architettoniche. La stalla-fienile era dotata di due porticati simmetrici, che conferivano all’intero corpo di fabbrica l’aspetto interamente distinto in tre navate, frutto di un inequivocabile influenza culturale ferrarese. Di fianco all’aia, si disponevano gli edifici complementari, tra cui anche le officine del fabbro e del falegname – salariati fissi addetti alla riparazione degli attrezzi agricoli – la cui presenza un tempo risultava assolutamente indispensabile, allorché l’isolamento in plaghe incolte e disabitate costringeva questi nuclei di popolazione, che potevano contare 100 o anche duecento unità, a una vita assolutamente autonoma. D’altra parte in queste aree sarebbe stato difficile immaginare piccoli insediamenti sparsi. Molti fattori, proprio per la mancanza di falde acquifere ed acqua potabile, si opponevano all’insediamento di una fitta popolazione agricola. Dalla metà del ‘400 e per tutti il secolo successivo, un insieme di tagioni politiche, economiche e sociali concorse a mutare profondamente l’equiibrio tra città e contado che si era affermato nel periodo delle Signorie, durante il quale l’attività mercantile delle città aveva prevalso sul settore agricolo. L’aumento demografico, la crisi dell’indistrua della lana, la conveersione dell’economia veneziana dalla mercatura all’agricoltura, per il venir meno dei traffici con l’oriente, provocarono uno sviluppo tumultuoso del settore primario, con conseguente corsa all’acquisizione di terre da parte di nobili e borghesi. La corsa alla terra non prevedeva solo l’accaparramento di fondi rustici, ma anche la loro trasformazione in aziende agricole, in modo da poterne accrescere la produzione e le rese. Fu così che le campagne venete si popolarono di un numero crescente di corti rurali. Il fenomeno si protrasse anche nel corso del Seicento e Settecento. In un primo periodo, la struttura della corte era di tipo prevalentemente difensivo: gli edifici erano disposti attorno al perimetro delle mura in modo da rendere lo spazio interno accessibile solo dal portale d’ingresso (corti chiuse). In questo contesto, le strutture architettoniche più importanti erano raffigurate dalle torri colombare, che avevano la doppia funzione di rappresentare un rifugio sicuro per gli abitanti della corte, e un ricovero per i colombi.
VILLE E COMPLESSI PADRONALI
Le aree rurali erano disseminate, oltre che di edifici destinati ad accogliere coloro che manualmente lavoravano i campi, anche di case dei padroni, più o meno ricchi e blasonati, e dei loro gastàldi , agenti e fattori, nonché di agiati fittavoli che sub-affittavano a poveri contadini, smembrando in tanti piccoli poderi i vasti fondi ricevuti in affitto. Le fabbriche di costoro riguardavano dimore che si differenziavano dai complessi rurali dei coltivatori, non solo per le maggiori dimensioni, ma piuttosto per le caratteristiche qualitative. Si poteva trattare di vere e proprie ville progettate da più o meno noti architetti, corredate, oltre che di vari annessi rustici, anche di oratori, peschiere, ghiacciaie, limonaie, giardini, bròli , torri colombaie, labirinti e altro (vie di fuga).
Occorre precisare tuttavia che al termine “villa”, oggi largamente in uso per indicare un prestigioso insediamento extraurbano, nel lessico fiscale, notarile e anche corrente era preferito “casa da stazio”, “casa dominicale” o “solerata e copata con cortivo”.
Fino a metà Cinquecento il grosso dei trasferimenti di proprietà avvenne soprattutto a danno dei contadini e del clero e a vantaggio della nobiltà veneziana.
L’apertura del Libro d’Oro a fine Seicento permise a nuove famiglie di fregiarsi del titolo di patrizio; ricchi mercanti e banchieri entrarono così nella schiera degli eletti. Questi, volendo ostentare la loro ricchezza, fecero a gara nel costruirsi delle lussuose dimore in campagna sia per l’otio che per il negotio .
Dal punto di vista costruttivo, le case. Padronali in generale si differenziano facilmente da quelle più umili poiché mostrano il coperto a quattro spioventi o comunque il coronamento orizzontale della fassàda (facciata), cornicione, ad imitazione dei palazzi veneziani e dei castelli medievali, emblemi di potena e solidità. Il manto di copertura era costituito, almeno dal secolo XVI, rigorosamente di còpi (coppi), mai vegetale.
Inoltre le dimore signorili, del tutto intonacate, si articolavano su due o più piani con altezze da pavimento a soffitto quasi mai inferiori ai 3 metri e con il pianterreno spesso rialzato, elevandosi così rispetto alle dipendenze rustiche; le finestre e le porte venivano difese da robuste inferriate, almeno quelle del piano terra, erano ampie e sovente contornate di pietra viva non necessariamente autoctona; i fori al piano nobile erano spesso multipli (bifore, trifore) e le relative imposte esterne (scuri) a partire dall’Ottocento si presentavano a battenti articolati in due pezzi (alla padovana o a ofissio) oppure ripiegati a ridosso degli stipiti (alla vicentina). Inoltre si notavano: le cornici di pietra lavorata, le facciate movimentate con colonnati e abbaini; i comignoli elaborati e somiglianti a quelli veneziani; le cancellate in ferro battuto con imponenti cormèli (pilastri); le scale di pietra alla romana, a due o più rampe in un apposito vano che lasciava spazio fra le rampe stesse (pozzo o tromba), oppure a tre rami a tenaglia ; scale a chiocciola (a bòvolo), a spirale o altre che richiedevano particolare impegno nella loro esecuzione. In ogni caso il leit-motiv delle grndi scale signorili, chiamate appunto scaloni riguardava il materiale con cui si costruivano: trachite dei colli Euganei, marmo veronese e soprattutto pietra di Costozza. Nel caso di rampe a collo o a volo, le loro protezioni sono rappresentate da balaustrate in pietra con le relative colonète del pergolo (balaustri) o da ringhiere di ferro battuto.
Tuttavia nelle dimore padronali sovente non spiccavano soltanto i sontuosi scaloni. Viola Zanini afferma che molte volte si fanno due sorti di scale, cioè pubbliche e segrete. Le pubbliche si fanno principiare o a mezzo le entrate, overo verso la porta della strada, overo in capo della entrata,… Le secrete si fanno di due sorti, una a beneficio e comodità, che il patrone possa per quella a scendere e discendere dalle stanze di sopra a quelle di sotto, senza essere veduto passare per la scala publica. L’altra scala segreta ha da servire all’uso della cucina per portar legna e altre cose, e commodo della servitù, di transitare dall’alto al basso per negotij di casa o suoi senza passare per i luoghi del patrone.
La porta di ingresso, sulla quale sembravano concentrarsi i pregi architettonici di tutto l’edificio, è ampia maestosa e di frequente archivoltata con testa del portòn (chiave di volta); la facciata in costièra soltanto in qualche caso è adornata dalla meridiana (orologio solare) che invece troviamo più spesso nelle case di fattori e di gastaldi. Quali elementi propri dell’edilizia ricca emergevano anche i loggiati e più frequentemente i pèrgoli al piano primo.
L’aspetto delle ville, in origine residenze usate più per villeggiare in certi periodi dell’anno (otio villereccio) che per risiedere stabilmente, si richiama spesso alle opere di Andrea Palladio: colonne, pilastri, lesène, paraste, marcapiani, acroteri, pronai, logge, timpani, modanature, piani rialzati, fastigi, ecc., sortiscono effetti chiaroscurali sulle facciate, come anche i motivi di coronamento o conclusivi delle parti terminali degli edifici, al pari dei cornicioni e timpani dentellati impreziositi da acroteri.
Influenzati dall’architetto veneto, sussistono anche gli aspetti generali dei vari corpi di fabbrica con al centro la parte abitativa padronale e ai lati quelle rustiche.
Sono però i poggioli, pèrgoli, in altre parole quei piccoli balconi sui quali ci si affaccia attraaverso una porta finestra, che costituiscono, forse più di ogni altro particolare, il segno distintivo del Passaggio dalla casa povera o modesta a qeulla di chi voleva ostentare la propria agiatezza. Riguardano finestre che scendono fino al pavimento e che possiedono un piccolo aggetto. Quest’ultimo, se piuttosto lungo, abbraccia più porte e finestre ed è denominato balconata
Proprio in qualità di segno distintivo dalle umili dimore, i pèrgoli veneti denotano un certo gusto e ricercatezza, sia quando sono rifiniti e contornati in pietra sia quando vengono cinti da ringhiere metalliche. A parte il pronao delle Ville Palladiane, queste piccole terrazze, spesso sorrette da modiòni (mensole) di pietra, rappresentavano l’unica struttura aggettante che, attraverso il gioco di luci ed ombre, vivacizzava le facciate esterne. Questo costituiva un’assoluta eccezione costruttiva. Infatti ALVISE Cornaro affermava che niuna cosa esca fuori del dritto dei muri, che non abbia fondamento in terra, come sarebbe far pozzoli (poggioli) con modioni sottomessi nel muro, che escono fuori del dritto di quello, perché uscendo vengono a essere in aere, non essendo fondati in terra, et sopra fondamenti, ma essi sopra modioni in aere fora del dritto…
Per rendere le abitazioni gentilizie di campagna simili alle sontuose residenze veneziane, si erigevano grandi abbaini, innalzati su un’intera stanza del sottotetto, a filo del frontespizio con interruzione del cornicione, e terminati con un elaborato timpano. Mentre questi ampliano gli spazi abitabili, i baroàli , più piccoli e aperti in posizione arretrata rispetto ai muri d’ambito, servivano per arieggiare i vani sottotetto e a salire sulla copertura in caso di manutenzioni.
All’interno i pavimenti del pianterreno, come pure del piano nobile, appartenevano al tipo terrazzo alla veneziana. Nei granai e soffitte erano preferiti l’assito e soprattutto le pianelle di cotto. Il ferro battuto delle inferriate, delle ringhiere dei balconi, dei pozzi, delle cancellate, e persino delle voliere simboleggiava una alta prerogativa edilizia delle residenze ricche. All’esterno non mancava mai il giardino, luogo di delizia e non di produzione, come era invece l’orto; era formato da piante esotiche o comunque alloctone e comprendeva la giassàra , vano a cupola coperto da una montagnola di terra e ombreggiato da un folto gruppo di alberi e arbusti, dove d’inverno veniva raccolto il ghiaccio per conservare al fresco le derrate alimentari, antesignano dei moderni frigoriferi. Talvolta il giardino includeva la peschiera, esempio di laghetto scavato a volte proprio per realizzare la ghiacciaia; originariamente, oltre a scopi scenografici, serviva per l’allevamento dei pesci. Faceva bella mostra anche la sedràra (limonaia), specie di loggia vetrata, serra riscaldata con stufa o tepidarium che in ogni caso doveva riparare le piante mediterranee in vaso, grasse o esotiche, durante l’inverno.
Un altro elemento emergente, negli insediamenti di rango nobiliare era l’oratorio privato, che non esprimeva soltanto la religiosità del mondo contadino ma costituiva altresì il simbolo del potere padronale sui subordinati in ogni momento della vita, anche nella sfera religiosa. Gli oratori erano costruiti e tenuti con cura dai nobili proprietari anche per il decoro della casata, in quanto usati molte volte quale luogo di sepoltura per i membri della famiglia, prima che le leggi napoleoniche vietassero questa pratica e quella di utilizzare i sagrati delle chiese come cimiteri.
Annessi alla villa vi erano di frequente il giardino, e soprattutto il bròlo. Quest’ultimo veniva recintato con alti muri coronati nella parte superiore da motivi talora somiglianti alle merlatura dei castelli medievali o agli spioventi del tetto, assemblando con inesauribile fantasia pietra naturale e mattoni comuni e speciali, in modo tale da impreziosire il manufatto. Gli ingressi a questi spazi erano segnati da cormèli, pilastroni arricchiti da varie modanature realizzate sia in mattoni che in pietra.
In generale, l’area esterna a servizio dello stabile padronale, molto più ampia di quella dei modesti edifici rurali e sovente comprendente il bròlo recintato, assicurava a questi edifici dei piacevoli prospetti scenografici, sia nel caso di giardini così detti all’Italiana, per esempio con bordure di bosso di Convallaria japonica (mughetto giapponese), sia di quelli all’inglese di gusto romanico.
Nel settore delle abitazioni di valore occorre però distinguere quelle genericamente padronali dalle ville vere e proprie. Le prime, sviluppatesi soprattutto nell’Ottocento, quando si manifestava una forte propensione dei nuovi ricchi proprietari a porre residenza sui fondi rustici, si differenziavano dalla ville per una maggiore semplicità ed essenzialità delle forme architettoniche. Sia nell’uno che nell’altro caso la sagoma volumetrica preferita era essenzialmente cubica con organizzazione planimetrica interna simmetrica e androne centrale passante al piano terreno.
Nondimeno, se la villa e la casa padronale con i suoi annessi e connessi rimangono il segno più forte e significativo della civiltà agreste, il paesaggio rurale era caratterizzato e ben ricamato dalla presenza più che altro delle innumerevoli abitazioni e pertinenze più modeste. Ma questo purtroppo molto spesso viene dimenticato, nella convinzione che i modesti rustici non siano meritevoli delle stesse attenzioni di conservazione e valorizzazione riservate alle più eclatanti ville1.
- tratto da Tesi di Laurea di sconosciuto ↩︎
